FAQ

FAQ - Diritto Canonico

1) Se ottengo la nullità del mio matrimonio i figli nati in costanza di matrimonio diventano figli illegittimi?
R. Assolutamente no! La nullità produce i suoi effetti giuridici solo tra i coniugi, mentre riguardo ai figli non cambia nulla. Rimangono figli legittimi con i medesimi diritti di cui godevano prima che venisse pronunciata la declaratoria di nullità. Resta il cognome e i diritti patrimoniali e personali verso entrambi i genitori.

2) Prima di iniziare la causa di nullità matrimoniale devo ottenere il divorzio o la separazione civile?
R. No! Si tratta di giudizi totalmente distinti tra di loro. E’ possibile anche chiedere prima la nullità canonica e poi iniziare il procedimento di separazione e viceversa. Occorre ricordare che è bene fare, specie in presenza di figli, in contemporanea con la causa di nullità anche la separazione civile per regolare i rapporti tra i coniugi ed i figli nella pendenza del giudizio di nullità matrimoniale.
 
3) Quando la nullità matrimoniale ecclesiastica può avere effetti civili? 
R. In base all’Accordo tra Stato e Chiesa del 1984, che ha confermato con modifiche il Concordato del 1929, è possibile attribuire effetti civili alle sentenze di nullità matrimoniale. A tal fine, una volta ottenuta la nullità in foro canonico, si potrà iniziare un processo di delibazione presso la Corte di Appello competente per territorio che, tra le altre cose, valuterà se vi sono i presupposti per il riconoscimento in foro civile della sentenza ecclesiastica di nullità matrimoniale.
 
4) Quali sono gli effetti civili conseguenti alla delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità matrimoniale?
R. In seguito al riconoscimento in foro civile della sentenza canonica di nullità matrimoniale vengono meno, con effetto retroattivo (ossia a far data dal giorno del matrimonio), gli effetti personali del matrimonio. In altri termini, per una sorta di finzione giuridica, è come se le parti non fossero mai state sposate tra di loro (fatti salvi i diritti di eventuali figli). Per ciò che attiene agli effetti patrimoniali ed in particolare all'assegno di mantenimento, in base all'attuale orientamento della giurisprudenza di Cassazione, occorre distinguere: se non è ancora intervenuto divorzio passato in giudicato nel momento in cui interviene la delibazione allora verrà meno il diritto all'assegno; se, invece, vi è già divorzio definitivo, allora l’assegno non verrà meno.
  
5) E’ vero che se sono divorziato non posso chiedere la nullità del mio matrimonio in Chiesa?
R. Falso! Anzi, se vi sono i presupposti, intraprendere un giudizio di nullità matrimoniale può essere il modo per regolarizzare la propria posizione ecclesiale.
 
6) Perché dovrei fare la nullità matrimoniale se ho già il divorzio e sono civilmente risposato? Quali vantaggi potrei averne?
R. I vantaggi, per chi è credente, sono molti e tutti di ordine spirituale. Invero, se si ottiene la nullità sarà possibile eventualmente contrarre nuove nozze religiose regolarizzando la propria condizione matrimoniale, eliminando così le conseguenze di una situazione matrimoniale irregolare agli occhi della Chiesa.
  
7) Quale è la condizione di fronte alla Chiesa di chi è divorziato e risposato civilmente o stabilmente convivente?
R. Coloro che si trovano in una di tali condizioni di vita matrimoniale irregolare sono considerati dei “pubblici peccatori”. Ciò in quanto, anche se si è ottenuto il divorzio (o meglio la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario) in sede civile, da un punto di vista religioso si resta, comunque e sempre, sposati con il primo coniuge. Ne consegue che, agli occhi della Chiesa, è come se, pur essendo sposati, si andasse a convivere con un’altra persona. La conseguenza è vivere in uno stato di peccato continuato che pone il divorziato risposato/convivente ed il suo nuovo partner in una condizione irregolare che comporta l’impossibilità di ricevere l’assoluzione da tale peccato (non essendoci reale pentimento) e di conseguenza l’impossibilità di ricevere il Sacramento dell’Eucaristia. Ancora non potrà svolgersi il ruolo di padrino/madrina posto che non si è in grado di fornire un esempio autentico di vita cristiana. Qualora vi siano i presupposti, la soluzione può essere ottenere la declaratoria di nullità matrimoniale, tramite la quale sarà possibile sposare il nuovo partner e regolarizzare la propria posizione.
  
8) Quanto tempo occorre per ottenere la dichiarazione di nullità matrimoniale?
R. La durata media di un processo, tra primo e sondo grado di giudizio, è di circa un anno e mezzo – due anni. Il tempo del giudizio dipende anche dal motivo di nullità addotto e dalla tempistica del giudice istruttore che può variare anche sensibilmente da giudice a giudice.
 
9) Posso rivolgermi al mio avvocato civilista per iniziare il processo canonico di nullità matrimoniale?
R. No! Per potere patrocinare presso i tribunali ecclesiastici occorre avere una specifica specializzazione professionale che solo pochi avvocati possiedono. Tra gli avvocati abilitati si distinguono poi gli avvocati rotali, con un maggiore grado di specializzazione, che possono patrocinare ovunque ed anche presso la Rota Romana e gli avvocati c.d. “ammessi” che possono esercitare solo presso il tribunale ecclesiastico regionale di residenza.
 
10) Dove si svolge il processo? Vero che occorre andare a Roma?
R. Falso! Il processo si svolge interamente, nella sua fase istruttoria, presso la sede del Tribunale ecclesiastico regionale competente e, ordinariamente, per venire incontro alle esigenze logistiche delle persone, si cerca di fare svolgere l’istruttoria presso il Tribunale diocesano di residenza delle parti e dei testi.
  
11) Quali documenti occorrono per iniziare il processo di nullità matrimoniale?
R. La documentazione richiesta è semplice: copia conforme ed integrale dell’Atto di matrimonio rilasciato dalla parrocchia dove si è celebrata la cerimonia nuziale
 
12) Quali sono i motivi per cui la Chiesa può di chiare nullo il mio matrimonio?
R. I motivi sono molteplici e molti più di quanto, nel sentire comune si creda, ed è difficile elencarli e spiegarli tutti in poche righe. La cosa migliore è contattare un avvocato specialista per una consulenza.

13) E’ vero che gli unici motivi sono l’impotenza e l’incapacità di intendere e di volere di uno dei coniugi?
R. Falso! I motivi sono molti, tra di essi vi è anche l’impotenza e l’incapacità ma si tratta solo di alcuni dei possibili motivi di nullità
 
14) E’ vero che se sono nati dei figli non è possibile ottenere la nullità del matrimonio?
R. Falso! Anche la nascita di molti figli non è necessariamente di ostacolo all'ottenimento della nullità matrimoniale. Dipende molto dal motivi di nullità posto a fondamento del processo.
 
15) Per ottenere la nullità del matrimonio il mio ex coniuge deve essere necessariamente d’accordo? 
R. Falso! E’ possibile presentare l’istanza sia congiuntamente sia separatamente. L’accordo non è affatto necessario per l’ottenimento della nullità del matrimonio anche se, inevitabilmente, può evitare lungaggini procedurali.
 
16) In che modo viene tutelata la mia privacy durante il processo?
R. Nel modo più ampio possibile. Gli atti del processo sono disponibili per la sola lettura ma non se ne può avere copia nel modo più assoluto, onde evitare che le dichiarazioni rese in sede canonica possano essere utilizzate in foro civile e penale.
 
17) Le udienze sono pubbliche o si svolgono in privato?
R. In privato e in assenza di pubblico, con la sola presenza degli addetti ai lavori.
 
18) Nel corso del processo dovrò incontrarmi con il mio ex coniuge oppure no?
R. Assolutamente no! Non sono previsti incontri tra le parti che, di norma, vengono ascoltate in giorni diversi.
 
19) Chi può intervenire nel processo in qualità di testimone?
R. Praticamente chiunque può fare da testimone se ne abbia i requisiti previsti dal diritto canonico. E’ importante sottolineare che, a differenza del processo civile, anche i più stretti familiari e congiunti sono considerati testi attendibili. Anzi, per certi versi, è noto che le persone più vicine della propria cerchia familiare sono di solito a conoscenza dei fatti personali oggetto del processo di nullità matrimoniale.

FAQ - Separazioni

1) Qual è la differenza tra separazione consensuale e giudiziale?
 R. La separazione consensuale è lo strumento giuridico attraverso il quale i coniugi, di comune accordo tra loro, decidono di porre fine alla convivenza matrimoniale. Tale accordo si concretizza in un ricorso nel quale, concordemente, i coniugi stabiliscono ogni pattuizione in ordine ai diritti patrimoniali, mantenimento del coniuge debole, diritti di visita e mantenimento della prole, assegnazione della casa coniugale.
La separazione giudiziale è pronunciata dal Tribunale competente su domanda di uno dei coniugi se, una volta espletate le prove richieste, accerta che si sono verificati fatti da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare un grave pregiudizio alla prole.
 
2) Quanto tempo occorre per ottenere una separazione?
R. Occorre distinguere le due tipologie di separazione: Il procedimento per separazione consensuale inizia con il ricorso presentato dai coniugi, prosegue con l’udienza davanti al Presidente del Tribunale competente dove entrambi i coniugi sottoscrivono le condizioni stabilite nel ricorso e si conclude con il decreto di omologa emesso dal Tribunale. La forma consensuale è il procedimento più veloce e si conclude, di norma, in pochi mesi.
Nel procedimento per separazione giudiziale i tempi sono molto più lunghi potendo durare anche diversi anni a seconda della conflittualità dei coniugi. La prima udienza del giudizio prevede la comparizione personale dei coniugi davanti al Presidente del Tribunale, con le stesse modalità della separazione consensuale, nella quale il Presidente può adottare i provvedimenti necessari ed urgenti a tutela del coniuge debole e della prole. Successivamente, il procedimento si svolge secondo le forme del rito ordinario e si conclude con sentenza.
 
3) Dopo quanto tempo dalla separazione si può chiedere il divorzio? 
R. Ai sensi dell’art. 3 n. 2 lett. b) Legge 1/12/1970 n. 898 e succ. mod., è ammissibile domanda di divorzio una volta trascorsi tre anni di ininterrotta separazione dall'udienza tenutasi davanti al Presidente del Tribunale.
 
4) Quando viene meno la comunione legale tra i coniugi?
R. La disposizione, contenuta nell'articolo 191 c.c, trova la sua prevalente applicazione nel caso di separazione personale dei coniugi. La mera separazione di fatto non comporta lo scioglimento della comunione. In caso di separazione personale dei coniugi, lo scioglimento della comunione legale dei beni si verifica con effetto ex nunc, solo con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione (giudiziale) o con l’omologazione della separazione consensuale, non spiegando alcun effetto al riguardo il provvedimento presidenziale ex art. 708 c.p.c.
 
5) Quali sono gli effetti della separazione sui rapporti patrimoniali dei coniugi?
R. Il giudice, pronunciando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione, il diritto di ricevere dall'altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri.
  
6) Come si determina l’assegno di mantenimento?
R. Al fine della quantificazione dell’assegno di mantenimento il giudice deve innanzitutto accertare il tenore di vita dei coniugi durante il matrimonio, e verificare se i mezzi economici del richiedente gli permettono di conservarlo indipendentemente dalla percezione dell’assegno. Infine occorrerà valutare anche la condizione economica dell’altro coniuge.
 
7) Quali sono le conseguenze dell’addebito della separazione?
R. La pronuncia di addebito comporta l’esclusione del diritto al mantenimento, per il coniuge cui sia stata addebitata la separazione e che sia privo di mezzi propri adeguati.

8) La durata del matrimonio può influire sull'assegno di mantenimento?
R. La breve durata del matrimonio non impedisce il riconoscimento del diritto all'assegno di mantenimento nel caso sussistano i requisiti previsti dalla legge.
 
9) Possono essere modificati i provvedimenti stabiliti in sede di separazione o di divorzio?
R. La modifica delle condizioni di separazione e di divorzio può essere chiesta, in ogni tempo, qualora intervengano nuove circostanze di fatto e di diritto che la giustifichino. Ciò può avvenire poiché i provvedimenti adottati dal Giudice in sede di separazione o divorzio non hanno carattere decisorio e sono per loro natura sempre modificabili. È possibile modificare tanto le statuizioni relative all'assegno di mantenimento, quanto quelle relative alla prole ed alla casa familiare. La modificazione del provvedimento adottato in sede di separazione avviene con l’introduzione di un ricorso ai sensi di cui all'art. 710 c.p.c. Il provvedimento adottato sarà un decreto avente la natura di sentenza che dovrà essere debitamente motivato dal Giudice. Tale provvedimento potrà essere impugnato nelle forme previste.
 
10) In seguito alla separazione a chi vengono affidati i figli minori?
R. Prima della introduzione della L. 54/2006 l’unica forma di affidamento stabilita nel codice civile era quello esclusivo ad un unico genitore. Con la riforma attuata dalla citata legge, si è inteso privilegiare l’istituto dell’affido condiviso ad entrambi i coniugi. Tale forma di affidamento richiede completa cooperazione fra i genitori suddividendo in modo equilibrato le responsabilità specifiche, mantiene inalterata la genitorialità di entrambi tutelando al meglio la relazione genitoriale con i figli.
 
11) In caso di separazione o divorzio, l’obbligo di mantenimento dei figli cessa con il raggiungimento della maggiore età?
R. La legge n. 54/2006, introducendo l’art. 155 quinquies c.c., ha disposto specificamente la possibilità per il Giudice, in sede di separazione o divorzio, di riconoscere ai figli maggiorenni “non indipendenti economicamente” un assegno di mantenimento periodico. Sicché è tuttora un dovere del genitore contribuire al mantenimento dei figli anche oltre la maggiore età e finché questi non abbiano conseguito l’indipendenza economica. L’obbligo del genitore non cessa automaticamente col raggiungimento della maggiore età del figlio, anche laddove il figlio stesso abbia raggiunto un sufficiente grado di indipendenza economica. Detto obbligo, infatti, perdura finché il genitore non promuova la procedura di modifica ex art. 710 c.p.c., dando la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, ovvero è stato posto nelle concrete condizioni per poter essere economicamente autosufficiente, senza averne però tratto utile profitto per sua colpa o per sua scelta.
 
12) Quando si può richiedere una quota del TFR dell'ex coniuge?
R. L'art. 12-bis della L. 898/70 riconosce all'ex coniuge non passato a nuove nozze e titolare di assegno divorzile, una quota dell’indennità di fine rapporto percepita dall'altro coniuge all'atto della cessazione del rapporto di lavoro. Tale quota è pari al 40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio.
Non può richiedersi la quota di TFR se la corresponsione dell'assegno di mantenimento in sede di divorzio è stata concordata una tantum.
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